Potrebbe essere una buona idea mettere su un sistema per fare da hosting locale per i nostri amici? Forse non proprio. Intanto AGCOM sta tentando di abbattere Internet in Italia
Glossario: TLD
- NextCloud
- GL-iNet XE300
- Cast n Chill
- A little to the left
- Mini Motorways
- Risposta del CEO di CloudFlare ad AGCOM
- Risposta della Lega Calcio a CloudFlare
- Commento interno a AGCOM di Giomi
- Puntate sul cloud, a partire dalla 375
- Puntata 319 sul NAS (e con il RAID)
- Dove ho parlato di Piracy Shield? 335, 310, 379, 345, 356, 269
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Sempre a seguito dei fermi dei servizi cloud di quest’anno è sorta una discussione di un volenteroso volontario, ho scelto le due parole apposta, che mi ha detto “è giunta l’ora di staccarsi dai fornitori di servizi cloud, di fare le cose in proprio e magari di fornire il servizio ad amici e parenti”.
Mi è venuta un po’ la pelle d’oca.
Non tanto per farsi i servizi cloud in proprio, il classico selfhosting, ne ho parlato tante volte, la cosa funziona, è gestibile, basta solo tenere conto delle conoscenze e della gestione che c’è dietro, in fatto di acquisto materiale, installazione, aggiornamenti, manutenzione, gestione guasti e presa di coscienza che la disponibilità del servizio non sarà al livello di un grande player mondiale.
Per approfondire tutto questo ci sono 5 puntate dedicate ai servizi cloud che potete andare a riascoltare, dalla 375 alla 379.
Il vero problema è fornire un servizio a terzi.
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Ogni puntata una parola o un acronimo tecnologico spiegati in modo semplice, così da poter comprendere meglio la tecnologia, anche se usa termini difficili.
L’acronimo di oggi è TLD, che sta per Top Level Domain, in italiano è tradotto come dominio di primo livello.
Tutti i nomi di dominio in Internet, sono composti da più parti separate da un punto.
Il dominio di questo podcast è pilloledb punto it.
Quando l’ho acquistato ho cercato un nome che fosse disponibile con estensione .it
Una volta pagato, potrei anche aggiungere un livello ulteriore, come ad esempio podcast punto pilloledib punto it.
L’ordine dei livelli dei domini si legge al contrario.
Podcast è il terzo livello
Pilloledib è il secondo livello
IT è il primo livello.
In questo caso il TLD è IT.
I TLD sono tutti i nomi di dominio con cui finiscono i siti che conoscete.
.it
.com.
.net
.io
E via dicendo.
I TLD attualmente disponibili sono circa 1600, sono gestiti dall’ICANN, Internet Corporation for Assigned Names and Numbers e sono divisi in varie categorie
I gTLG, Generic Top Level Domani, quelli che conosciamo da sempre
I ngTLD, New Generic Top Level Domain, quelli più particolari, inseriti negli ultimi anni, che vi sarà capitato di incontrate
I ccTLD, Country Code Top Level Domain, che sono riferiti ai singoli Paesi, i quali decidono se e come si può avere un dominio con quel TLD.
Oltre ad ascoltare il podcast ogni settimana potete interagire con me e con la community usando vari canali.
Trovate tutti i link nelle note di ogni episodio, il gruppo Slack, gli account Social e la mail, potete scegliere il canale che preferite per dirmi quello che volete.
Leggo tutti e se siete educati rispondo.
Oggi immaginiamo di avere lo spirito buono del nerd e di voler fornire ad amici e parenti un servizio cloud alternativo a Microsoft 365, Google Workspace o Dropbox, in un posto conosciuto dove mettiamo i dati, gestito da noi, in totale controllo.
Facciamo un investimento di medio livello, compriamo un hardware dove mettere 4 dischi, compriamo 4 dischi da 16TB da mettere in RAID 5 per avere uno spazio netto di 48 TB e installiamo la nostra bella istanza di NextCloud.
Per un ripasso sul RAID potete fare riferimento alla puntata 319 dove ne ho parlato, tra le varie configurazioni del NAS.
NextCloud è un prodotto software che permette di replicare buona parte delle funzionalità di una suite di ufficio web, che si può installare e gestire a casa propria.
Tra NAS a 4 slot e 4 dischi abbiamo speso circa 2200€.
Abbiamo anche speso del tempo per installare e configurare il tutto.
Per fornire un servizio a una terza persona, dobbiamo aggiungere qualche livello di sicurezza.
Direi un UPS, per evitare che si rompa tutto ai primi caldi, quando la corrente inizia a saltare.
Aggiungiamo altri 300€, siamo a 2500€.
Io sottintendo che per fare questo mestiere abbiamo a casa una connettività degna di questo nome, con fibra fino a casa e almeno una 1000/300, secondo me, se gli utenti iniziano a crescere, meglio una 2500/1000.
Questo NAS avrà accessi dall’esterno, per questo ci serve un router serio, non quello che fornisce il gestore a casa, in modo da poter fare un VLAN dedicata dove i nostri clienti, chiamiamoli così, possano accedere, senza poter vedere la nostra rete di casa.
Mettiamo a budget altri 300€, saliamo a 2800€.
Ci serve un IP pubblico per far accedere le persone dall’esterno, ormai i gestori per casa non lo forniscono più gratis, si deve pagare, abbiamo un canone annuo, da aggiungere ai costi di avvio, pari a circa 120€.
L’ho messo, ma vedremo che non è indispensabile, vediamo cosa farà cloudflare.
Come facciamo a far accedere i nostri utenti al NAS, direi di provare a valutare un tunnel Cloudflare, direi di evitare nel modo più assoluto l’esposizione del servizio pulito sul router.
Credo si vada oltre al servizio gratuito, si deve comprare il dominio, circa 20€ all’anno più 20€ al mese per il servizio.
In alternativa una bella VPN, per la quale serve l’IP pubblico.
Siamo a 2800€ di avviamento e 260€ all’anno.
Potrebbe succedere che la connessione ad Internet cada. Possiamo dire ai nostri amici “eh, se cade, pazienza, aspettate le 48h che ci mette l’operatore in media a ripristinare”.
In alternativa potreste mettere su un sistema di backup con un router dotato di SIM e una SIM con un po’ di GB al mese, da tenere di scorta.
Un Gl-Inet GL-XE300 costa 140€, un piano dati decente, circa 10€ al mese.
2940 e 380 all’anno.
Vado avanti, che non è ancora finita.
Serve fare il backup dei dati degli utenti, non come fareste il vostro, meglio.
Direi due dischi esterni molto capienti da invertire ogni settimana, servono circa 500€
3440 e 380 all’anno.
Ma il backup va anche delocalizzato.
Non tutti hanno un amico volenteroso come me che tiene un piccolo NAS a casa sua dove io faccio i backup, probabilmente vi servirà un servizio cloud.
Wasabi, servizio di cui vi ho già parlato, costa 7€ al mese, diciamo che occuperete un terzo dello spazio disponibile, 16TB, sono 112€ al mese.
I conti arrivano a 3440€ di setup e 492€ all’anno.
Il sistema va tenuto acceso.
Un NAS di questo tipo, indicativamente, consuma 60W.
Con i contratti attuali, 1kWh costa circa 25 centesimi, tutto compreso.
Un dispositivo sempre acceso che consuma 60W, in un anno consuma 525kWh, per un costo in bolletta di circa 105€
Ed eccoci a 3440€ di setup e 597€ all’anno.
Immaginiamo di tenere tutto per 6 anni, che non si rompa nulla, mantenere l’infrastruttura ci costa 1170€ all’anno.
Siamo passati dal volontariato al “caro amico, per rientrare, mi devi dare qualcosina se no ci perdo troppo”
Si dovrebbero trovare 10 amici disposti a versare 120€ ogni anno.
Ma poi, con i loro dati a casa nostra, è nostra la responsabilità di quei dati.
Quando il sistema si fermerà per un problema, loro vorranno accedere, che io sia in ufficio, stia dormendo, sia in vacanza o a cena fuori.
Sono amici, ma ci sono i soldi di mezzo e si sono trasformati in utenti.
Se qualche dato andrà perso, sarò in grado di dimostrare di chi è la colpa? E se è mia e mi fanno causa?
Incasso dei soldi da qualcuno, dovrei pagarci le tasse, allora non sono più 120, ma di più.
A questo punto, se fornisco un servizio ed emetto una ricevuta entrano in gioco tutte le leggi intorno alla gestione dei dati, come il GDPR tanto per citarne una.
Da volontariato, siamo entrati nel mondo degli incubi.
Soldi, leggi, consulenti, rischi, avvocati.
Abbiamo fatto una bella simulazione, avete scoperto quante cose girano intorno ad un innocente “dai, tengo io i tuoi dati”, forse avete scoperto che non è la strada da percorrere.
Se volete dare una mano ad un amico a fare il grande passo, ci sono provider di NextCloud che hanno datacenter in Europa, costano 12€ al mese, 144€ all’anno con 1TB di spazio e fanno tutto loro, voi siete salvi.
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Nel tip di questa puntata mi arrogo il diritto di consigliarvi 3 videogiochi carini, economici e rilassanti, che potete trovare su Steam a prezzi ragionevoli, per passare il tempo senza l’ansia del tempo o di qualcuno che vi spara addosso.
Di quei giochi da avviare quando volete rilassare il cervello per un po’ di tempo.
Il primo si chiama Cast and Chill. Grafica in pixel art piacevolissima, costa 15€, gira su Windows, Mac e Steam Deck. Siete un pescatore che si muove con il proprio cane tra laghi e fiumi con la sua barca, lancia l’amo e cerca di pescare. Ci si gode la grafica adorabile, i panorami, la musichetta rilassante senza alcuna pressione. Si migliora l’attrezzatura per pescare pesci sempre più grandi.
Il secondo si chiama A Little to the Left, anche lui 15€, funziona su Windows, Mac e SteamDeck. È una lunghissima serie di puzzle dove si devono mettere in ordine cose, dai fogli, alle posate, alle matite, alle viti. C’è di tutto. Vi mettete lì con calma e li risolvete uno via l’altro senza timer che vi mettono ansia.
Il terzo lo trovate su Steam, ma anche sullo store di Apple, la prima volta ci ho giocato sul telefono. SI chiama Mini Motorways, costa meno di 9€ e anche questo WIndows, Mac e SteamDeck. Ci sono le mappe di molte città del mondo, garage con auto colorate che devono raggiungere edifici dello stesso colore quando necessario. Lo scopo è creare una rete di strade, tunnel e ponti in modo da far arrivare quante più auto possibili a destinazione. Inizia facile, poi il traffico aumenta, ed ecco che non tutte le auto riescono ad arrivare a destinazione. Lo adoro.
Fatemi sapere, se li prendete, se vi sono piaciuti
È successo di nuovo. AGCOM sta provando a distruggere Internet in Italia.
Cloudflare si è vista comminare una multa da 14 milioni di Euro per non aver dato seguito ai blocchi richiesti dal Piracy Shield. Quella immane fesseria, scritta da un parlamento dove siedono dei proprietari di squadre di calcio e che dovrebbe combattere la pirateria bloccando in maniera irrevocabile indirizzi IP dai quali qualcuno vede passare degli stream pirata.
Il blocco deve avvenire in 30 minuti.
Nessun ente terzo controlla in anticipo se la segnalazione corrisponde al vero.
E infatti hanno bloccato alcuni servizi di Google, decine di migliaia di siti dietro CloudFlare e altri servizi cloud che si trovano IP inutilizzabili sul mercato italiano.
Il tutto senza dare comunicazione ai proprietari di quegli indirizzi IP.
Se te ne accorgi tardi, addio, non puoi fare ricorso e il tuo IP non è più utilizzabile in Italia. Per sempre.
Questa, in poche parole, è la porcata. Ne ho parlato più volte in questo podcast, tra cui nelle puntate 335, 310, 379, 345, 356 e 269
Risultati ottenuti: nessuno. Tutti quelli che usavano servizi pirata per guardare il calcio continuano a guardarlo con servizi pirata.
Torniamo a CloudFlare.
Arrivata la multa, la reazione è stata molto poco gentile.
Tralascio l’orrenda parte dove il CEO di Cloudflare inneggia al free speech americano, altra porcata di concetto, ma che esula dagli argomenti di questo podcast, mi concentro sulla parte pratica.
Ha scritto in un post pubblico che si riserva la decisione di abbandonare il mercato italiano, chiudendo i servizi di sicurezza pro bono per le Olimpiadi di Cortina, rimuovendo ogni server in Italia e rimuovendo tutti i servizi con livelli gratuiti per i clienti italiani, tra le altre cose, tipo il Tunnel che vi ho consigliato spesso.
Ci sono stati ovviamente vari battibecchi sui social, soprattutto sul social dove va di moda fare le foto con l’AI delle persone decedute con il cielo azzurro, le nuvolette e le ali da angeli, peste vi colga.
Vorrei esprimere, in tutto questo, un breve commento su tutta la storia.
No, se CloudFlare lascia il mercato italiano, siamo tutti nella cacca fino al collo. Nessun altro player può sostituire i servizi CDN che fornisce CloudFlare a livello mondiale, checché ne dicano i grandi “esperti”. Sì, è tra virgolette.
E non possiamo convincere altre grandi aziende globali a usare CDN locali perché AGCOM ha multato CloudFlare e loro se ne sono andati. Avremo un servizio degradato.
CloudFlare è usato, tra CDN e servizi di sicurezza, dal 30% dei siti mondiali.
E mandare via il DNS di CloudFlare, il famoso 1.1.1.1 non risolverà il problema dei DNS che non si adattano alle insulse leggi Italiane, nel mondo ci sono decine di migliaia di DNS pubblici, li blocchiamo tutti? Diventiamo come la Cina o come la Russia per bloccare i pirati del calcio?
Sono mesi che diciamo, tutti quelli che sanno come funziona la rete, che questo sistema di cercare di bloccare la pirateria porta solo danni, non funziona ed è liberticida.
Forse, se CloudFlare se ne va, scopriremo finalmente cosa vuol dire.
Inutile dire che tutte le risposte date dai politici sono fuffa, quella data dalla Serie A, peggio che mai, piena di cose false e tecnicamente errate.
L’unica risposta coerente arriva dall’interno di AGCOM, da un membro della commissione, da sempre contraria al Piracy Shield, la dottoressa Elisa Giomi.
La cosa che continua a farmi perdere il senno resta che per proteggere il diritto, sacrosanto, di un gruppo di persone, si stia devastando la rete Internet di un intero Paese, senza che la politica ancora se ne sia resa conto.
Ci sono molti modi diversi per combattere la pirateria, che funzionano anche meglio, come ad esempio abbassare i prezzi dei servizi legali.
Spaccare Internet non è uno di questi.
Sapremo qualcosa di più quando le parti si affronteranno, da quel che si sa, a fine giugno 2026
Questa puntata di Pillole di Bit è giunta al termine, vi ricordo che se ne può discutere nel gruppo Slack e che tutti i link e i riferimenti li trovate sull’app di ascolto podcast o sul sito, non serve prendere appunti.
Io sono Francesco e vi do appuntamento a lunedì prossimo per una nuova puntata del podcast che, se siete iscritti al feed o con una qualunque app di ascolto vi arriva automagicamente.
Grazie per avermi ascoltato
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