Quante volte vi è capitato di avere a che fare con il supporto clienti che non è stato affatto collaborativo? Troppe.
Il 112 NUE perde troppo tempo.
Glossario: VPS
- Puntata 292 sul RAEE
- Puntata 42 sulle macchine virtuali
- VPS economiche per provare (non è sponsorizzato)
- Puntata 341 sul Power Delivery
- Alimentatori Ikea SJÖSS
- L’audio esterno inserito (male, scusate) è del film “Non ci resta che piangere“
Per leggere lo script fai click su questo testo
Credo sia successo a tutti di aver comprato un prodotto qualsiasi e, a fronte di un problema, di essersi schiantati di faccia su un muro chiamato servizio clienti.
Nell’era moderna, l’esperienza di utilizzo di un prodotto, che sia software o hardware, non termina con il nuovo prodotto nelle nostre mani, ma dura tutta la vita del prodotto, durante il breve periodo con il diritto di recesso, durante la garanzia e anche quando il prodotto non è più in garanzia e vorremmo tenerlo, riparandolo se si guasta, senza doverlo gettare aumentando la spazzatura inutilmente.
Ricordatevi che esiste il RAEE.
Vi sarete accorti che spesso questa esperienza è buona solo nella fase di prevendita, quando avete l’oggetto in mano, si aprono le porte dell’inferno.
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Per sapere come far parte di questo elenco e tutti i vantaggi che ne potete avere, c’è la sezione dedicata prima del tip.
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La tecnologia a volte è difficile e usa parole o acronimi complicati, in questa sezione cerco di renderle accessibili.
L’acronimo di oggi è VPS, per chi non ha mai avuto a che fare con i servizi cloud di base forse non lo ha neanche mai sentito.
L’acronimo sta per VIrtual Private Server, in italiano Server Virtuale Privato.
Cosa cambia da una banale VM, una Virtual Machine o, sempre in Italiano, Macchina Virtuale.
La macchina virtuale è un computer virtualizzato che funziona su parte di una macchina fisica, condividendo l’hardware con altre macchine virtuali.
In questo caso l’hardware e tutte le macchine virtuali sono nostre e gestite da noi.
Per approfondire la virtualizzazione potete andare a recuperare l’antica puntata 42.
Il VPS, invece prevede che un hosting provider abbia la gestione della macchina fisica e installi su di essa una certa quantità di server virtuali, che poi assegna a clienti diversi, per questo c’è la P di privato.
Quando comprate il servizio di un server privato lo potete gestire in completa autonomia, avete l’accesso di root e tipicamente un IP pubblico.
Installate i software che volete e lo gestite come se fosse un PC a casa vostra, ma lui è in un dataceneter da qualche parte nel mondo.
A seconda dei prezzi e delle tipologie avete determinate caratteristiche o limitazioni.
Vi lascio un link a uno dei mille servizi di VPS economiche, se volete provare, non è un link sponsorizzato, ma si parte da meno di 3€ al mese.
Se avete una parola o un acronimo che vorreste sentire nelle puntate del podcast, scrivetemi!
Oltre ad ascoltare il podcast ogni settimana potete interagire con me e con la community usando vari canali.
Trovate tutti i link nelle note di ogni episodio, il gruppo Slack, gli account Social e la mail, potete scegliere il canale che preferite.
Leggo tutti e se siete educati rispondo.
Pillole di Bit è anche una newsletter che esce il martedì con gli stessi contenuti del lunedì, la potete inoltrare agli amici che “eh, ma io io l’audio non lo ascolto”, problema risolto.
Per farvi entrare un po’ nel mood di cosa intendo per servizio clienti, vi racconto alcune storie che mi sono accadute in prima persona o di amici diretti, giusto per non parlare di aria fritta.
Serviva una nuova macchinetta del caffè a cialde per la cucina dell’ufficio. Per una volta penso “dai, non la prendo online, vado in negozio vicino casa, la prendo e la porto in ufficio”. Entro, chiedo di vedere le macchinette caffè a cialde e ne hanno solo un modello.
La prendo e vado a lavorare con la scatola in auto.
La sballiamo, la accendiamo, facciamo 10 caffè e ci accorgiamo che sul ripiano della cucina c’è un lago.
La riporto in negozio, 10 giorni per testarla, me l’hanno resa dicendo che funzionava, in ufficio presentava lo stesso problema, l’ho riportata, chiedendo una sostitutiva, ma no, era l’ultima, avrebbero dovuto mandarla a riparare, ma senza una stima dei tempi, allora ho chiesto i soldi indietro, impossibile, queste cose non non le facevano, quando ho mandato loro una mail con il dominio Google e c’era scritto team avvocati, sono comparsi i soldi indietro.
Ne ho poi presa una nuova su Amazon.
Ho regalato una tastiera meccanica a mia moglie, una di quelle di fascia alta. Appena installata ci accorgiamo che se la usiamo con il bluetooth l’audio con qualsiasi cuffia scatta.
Scrivo al supporto del produttore.
Mi rimandano al distributore Italiano.
Mi risponde dopo due settimane di solleciti e mi dice di aggiornare il firmware, che è una cosa nota.
Non poteva dirmelo il produttore, evidentemente, aggiorniamo e il problema viene risolto.
Dopo un po’ notiamo che il bluetooth fa le bizze e si disconnette.
Altro ticket al distributore italiano.
Altre due settimane.
Prova questi 4 firmware diversi, mi dicono.
Non risolviamo, mia moglie la usa col cavo.
A un certo punto alcuni tasti iniziano a fare difetto, quando li premi e non viene recepita la pressione.
Scrivo al produttore, pregandolo di far qualcosa, perché il distributore è lento.
No, non si può.
Scrivo al distributore.
Altro firmware da aggiornare.
No, se scambio i tasti, l’errore segue lo switch.
Ah, ti ricordi che la tastiera si disconnette sempre e non ho ancora risolto?
silenzio.
Me la cambi, per cortesia?
No, ma ti posso mandare la scheda interna, così te la cambi tu.
Pensate se compro un’auto, si rompe la pompa dell’acqua in garanzia e ti mandano il pezzo, così te lo puoi cambiare, c’è il video su youtube che spiega come si fa.
Compro dei tasti dagli USA per tamponare, dal sito del produttore non sono disponibili.
Dopo 3 mesi, senza nessun avviso di spedizione e tracciabilità arriva un pacco dalla Cina con la scheda della tastiera e 10 switch.
Ho una webcam di un noto marchio, pagata un botto, ormai fuori garanzia. Facendo pulizia dietro la scrivania mi accorgo che, pur non avendolo mai toccato, il cavo USB è rotto. Invecchiando la plastica è degradata e si è aperta.
Vabbé, penso, lo cambio.
Non si può, il cavo entra dentro la webcam senza connettore.
Scrivo al supporto.
Non c’è modo di avere un rimborso o la sostituzione, la garanzia è scaduta, anche se è evidente che il problema è dato dalla qualità dei loro materiali. Ho avuto un buono sconto per comprare ancora da loro. Certo.
Voi fate attenzione, se comprate un dispositivo USB, verificate che il cavo sia sostituibile.
Un giorno reinstallo l’app di un servizio fintech, utente, pin, cellulare. Mi chiedono di verificare i miei documenti.
Poi si blocca tutto.
Scrivo al supporto.
Il tuo account non esiste.
Ho dovuto tribolare con il loro supporto da agosto 2025 a novembre 2025, quando un’anima pia ha scoperto che c’erano due profili, ha cancellato quello doppio e tutto è tornato a funzionare.
Quattro mesi.
L’ultima è una testimonianza diretta di un amico che ha comprato una lavasciuga di un marchio blasonato.
Da subito il prodotto balla quando fa la centrifuga.
Vari tecnici che sono andati da lui gli hanno detto che non era in piano e altre scuse varie fino a dirgli che il cestello era storto a causa dell’errato caricamento dei panni.
Apro un sondaggio: esiste un modo sbagliato per caricare i panni nella lavatrice? Per favore scrivetemi.
Poi, a volte, si esce dall’inferno.
Compro un prodotto su Amazon, non funziona, se entro 15gg, faccio la procedura, lo rendo e mi tornano i soldi, senza fare domande. Qualsiasi prodotto.
Se succede nel periodo di garanzia, contatto il supporto, spiego la cosa, avviano il reso ed ecco che ho i soldi indietro o un prodotto uguale, nuovo.
Mi è successo più di una volta.
Quando è comparso un puntino su una delle fotocamere dell’iPhone, sono andato all’apple store, gliel’ho fatto vedere, hanno fatto delle prove, se lo sono tenuto 2 ore ed ecco il telefono con il blocco fotocamera sostituito, senza fare domande strane.
Quando vado da Ikea a restituire una cosa qualsiasi, entro un anno dall’acquisto, mi chiedono solo il motivo e se la riprendono, senza fare questioni.
Io capisco che sono tre nomi grandi, ma se devo pensare che ogni volta che ho un problema devo iniziare a prendere lo Xanax per tollerare le angherie della persona al di là del bancone che si inventa di tutto per costringermi a gettare un oggetto che funziona, preferisco andare dai grandi. È una scelta semplice.
Il prodotto è costituito anche dai servizi che ci stanno intorno, il prevendita, che, ovviamente è sempre bello e scintillante, e il post vendita che dovrebbe essere altrettanto.
Sul post vendita invece si cade troppo spesso.
Se i miei soldi sono validi, il prodotto deve essere valido e con lui anche il supporto, con la sostituzione quando è necessaria e la riparazione in tempi ragionevoli quando la sostituzione è troppo o non è praticabile.
E tutte le mosse che stanno facendo per spingerci verso l’acquisto nei negozi di prossimità, spesso, vanno anche contro il supporto post vendita.
Vai in negozio, lo compri, esci, rientri “ah, mi spiace, non possiamo farci niente”. In barba al codice del consumo.
Oppure lo ritirano e lo rivedi dopo 3 mesi.
I grandi forse sono i peggiori sotto altri punti di vista, ma perché, se devo scegliere, devo finire nelle mani di chi non mi garantisce un adeguato supporto da dopo la vendita?
Perché non possiamo andare a bastonare chi non rispetta almeno le regole di base?
Perché non possiamo rivederle queste regole, per garantire ai clienti un po’ di certezza in più?
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In questo mondo nel quale ci portiamo appresso mille cose a batteria, è necessario, la sera, caricarle tutte queste batterie, per essere operativi il giorno dopo.
Non so voi, ma io vado in paranoia se al mattino esco con i dispositivi che mi servono che non sono al 100%.
Per caricare tutti i nostri dispositivi servono dei caricabatterie e, da qualche tempo a questa parte, tutti i dispositivi nuovi vengono venduti senza il caricabatterie, perché il connettore è lo stesso per tutti, la USB-C con il protocollo Power Delivery. Per approfondire potete andare a riascoltare la puntata 341.
Nel grande mercato degli alimentatori ci sono quelli buoni e quelli meno buoni, ci sono anche mezze truffe.
Da un po’ di tempo anche Ikea si è buttata in questo settore e ha lanciato la linea SJÖSS, lascio a voi la pronuncia corretta in svedese, con prezzi davvero bassi. Il caricabatterie da 20W costa 4€, l’ho provato e fornisce 18W costanti senza scaldarsi in modo preoccupante, diventa appena tiepido. Va bene per cellulari, cuffie e tutti i dispositivi piccoli, in emergenza anche piccoli portatili come il MacBook Air o altri di quella fascia.
Se serve più potenza, quello da 45W con due porte costa 10€ e quello da 65W con una porta 13€.
Nella confezione non ci sono i cavi USB-C.
Prima di andare in negozio, verificate sul sito Ikea che siano disponibili, pare che vadano via in fretta
Oggi non vi parlo di tecnologia, anzi, avrei voluto farci una puntata, ma non mi è stato possibile.
Mesi fa ho scritto all’URP dell’azienda che gestisce il servizio 112 in Piemonte, chiedendo loro di vedere le tecnologie che usano per parlarne nel podcast.
In teoria l’URP dovrebbe rispondere, per legge. Mi hanno ghostato, come si dice adesso.
Avevo già scritto loro molto tempo prima per lamentare la nuova modalità di funzionamento del tanto pubblicizzato 112 NUE Numero Unico di Emergenza.
In Italia non è ancora attivo in tutte le Regioni.
Dove è attivo sostituisce tutti i numeri di emergenza specializzati.
Non si compongono più i numeri 112 per i Carabinieri, 113 per la Polizia 115 per i Vigili del Fuoco, 118 per l’ambulanza. Si compone solo il 112, o, come predicano loro, il 1 1 2, così lo riconoscono anche i bambini in caso di necessità.
A Torino si fa il 112 anche per la Polizia Municipale, se dovete liberare un passo carraio dovete fare il 112, mi fa ancora strano.
Se componente gli altri numeri nella vecchia modalità vengono tutti rediretti al 112.
Prima vedevate il problema, chiamavate l’ente interessato, spiegavate il problema, indicavate nome e posto e qualcuno arrivava.
Adesso il giro è diverso.
Vedete il problema, chiamate e qualcuno vi chiede chi siete, dove siete e qual è il problema, non potete chiedere “mi passa i Vigili del Fuoco per favore?”
Detto tutto loro vi passano la centrale operativa di competenza.
A volte anche con una musichetta di attesa o “scusi, non mi rispondono”, mi è successo davvero.
Risponde la centrale operativa, continuate il discorso iniziato prima e no!
Mi dica il suo nome, il telefono, dove si trova e cosa è successo.
Il primo operatore non passa i dati al secondo.
Ma la cosa bella è che non fa neanche da filtro.
Qualche anno fa una casa di fronte a dove abito ha preso fuoco, chiamo il 112, spiego tutto, mi passano i Vigili del Fuoco a cui spiego tutto e mi dicono “sappiamo già, stiamo arrivando”. Il primo operatore non mi ha detto “abbiamo già ricevuto 5 chiamate, i vigili del fuoco sono informati”.
Il loro scopo sarebbe quello di non far arrivare chiamate inutili alle centrali operative. Neanche a questo servono.
Alla fine la vera funzionalità è che la chiamata media di emergenza dura da 7 a 12 minuti, un tempo esagerato.
Ho parlato con amici che abitano in Lombardia e mi hanno detto che funziona nello stesso modo.
Io non so come si sia potuto inventare un sistema così folle in tempo perso quando si parla di emergenza.
Lo avrei chiesto loro, se mi avessero risposto.
Questa puntata di Pillole di Bit è giunta al termine, vi ricordo che se ne può discutere nel gruppo Slack e che tutti i link e i riferimenti li trovate sull’app di ascolto podcast o sul sito, non serve prendere appunti.
Io sono Francesco e vi do appuntamento a lunedì prossimo per una nuova puntata del podcast che, se siete iscritti al feed o con una qualunque app di ascolto vi arriva automagicamente.
Grazie per avermi ascoltato
Ciao!
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